"La mia vita" - La biografia di R. Steiner. Libero studio e sintesi di Tiziano Bellucci

Aggiornamento: feb 18


LA MIA VITA

La biografia di R. Steiner

Libero studio e sintesi di Tiziano Bellucci, Luglio 2016-07-29

 “Posso dunque risolvermi a scrivere quanto segue, unicamente perché ho il dovere di mettere in giusta luce, con una narrazione oggettiva, alcuni giudizi errati sulla via mia vita e la causa alla quale mi dedico”.

Primo capitolo


Credo sia stato importante l’aver trascorso la mia infanzia in questo ambiente: esso mi attrasse verso il lato meccanico dell’esistenza.

A Pottschach nacquero ai miei genitori un figlio e una figlia. Due fratelli.


Io avrei voluto vedere, conoscere come funziona la vita nella filanda e nel mulino. Nella mia infantile mente (sette anni), vi era una convinzione: non serve a nulla far domande su qualcosa che non si può vedere.

(E’ evidente che Steiner bambino trovasse una relazione fra l’elemento meccanico e la legge operante nella natura, come se quest’ultima avesse elementi automatici in sé, legati al concetto deterministico di “Padre”).

Primo amore: la geometria

All’inizio dell’età scolare, scoprii nella stanza del mio supplente, un libro di geometria. Ne rimasi affascinato. Il fatto che fosse possibile vivere con l’anima nell’elaborazione di forme percepite in modo puramente interiore, senza impressione dei sensi esterni, mi dava somma soddisfazione.

Poter afferrare una cosa nello spirito mi dava felicità interiore. Il contatto con la geometria mi donò per la prima volta, la gioia.

Mi dicevo: “gli oggetti e gli avvenimenti percepibili ai sensi sono fuori, nello spazio; ma come questo spazio esiste al di fuori dell’uomo, così nell’interiorità umana c’è una sorta di spazio animico dove esistono gli esseri non sensibili e si svolgono avvenimenti spirituali”.

Nei pensieri percepivo –non astratti pensieri, come comunemente si crede- scorgevo rivelazioni di un mondo spirituale sulla scena interiore dell’anima.  Nella geometria scoprivo una manifestazione importante del tutto indipendente dall’uomo. Essa scaturisce grazie all’uomo, ma non è una sua invenzione: esiste di per sé. Nell’uomo arriva solo ad esprimersi, a mostrarsi.

Sentivo: nel modo stesso in cui si porta in sé stessi la geometria, bisogna portare la conoscenza del mondo spirituale.

Tramite la geometria si origina un esperienza in cui si avverte che l’anima può sperimentarla per forza propria.

Dichiarazione di Steiner della sua chiaroveggenza


Vivevano in me, due rappresentazioni che già prima del mio ottavo anno, erano una parte importante della mia vita dell’anima; distinguevo cioè esseri e cose “che si vedono” da esseri e cose che non si vedono”.

Nella geometria, del mio mondo infantile, trovavo la giustificazione del mio parlare di un mondo “che non si vede”.

In quel “mondo” vivevo volentieri. Perché avrei sentito come tenebra il mondo sensibile circostante se questo non avesse ricevuto luce da quello.

Racconto queste cose nella loro verità, sebbene la gente che cerca ragioni per considerare l’antroposofia una cosa fantasiosa possa trarne conclusioni dicendo che fin da bambino ero propenso a fantasticare e che quindi non meraviglia che più tardi si sia formata in me una concezione fantasiosa del mondo.

A otto anni cominciai a disegnare con il carboncino.

Sui dieci anni non ero ancora capace di scrivere correttamente né ortografia, né grammatica.

La religiosità da bambino

La mia anima amava immergersi nella solennità della lingua latina e nei culti religiosi. Fino al decimo anno fui a stretto contatto con il parroco.

L’insegnamento religioso e il catechismo erano di gran lunga meno efficaci nel mio mondo interiore, di ciò che il parroco compiva come ministro fra il sensibile e il soprasensibile.

Tutto ciò era per me sin dal principio, intimo e profonda esperienza.

Vivevo nel mondo sensibile: ma in realtà sentito e vivevo continuamente con quell’altro mondo.

Non ero un sognatore: anzi mi trovavo a posto nelle pratiche della vita.

2° capitolo

Mio padre decise che io “dovessi divenire un ingegnere ferroviario”. E quindi orientò le mie scuole in una direzione tecnica. Fui ammesso alla scuola tecnica, nella città vicina, nell’ottobre 1872, a 11 anni.

Non amavo la vita della città. Solo davanti alle vetrine dei librai sostavo volentieri.

Nella terza classe incontrai un insegnante che personificava l’ideale che mi stava davanti all’anima, che sentivo di poter imitare: insegnava aritmetica, geometria e fisica.

Disegnare con il compasso, la riga e la squadra divenne per me l’occupazione preferita.

La “visione spontanea”

Man mano che crescevo, sentivo di dovermi accostare alla natura, per poter prendere posizione di fronte al mondo dello spirito il quale mi stava innanzi come visione spontanea.

Mi dicevo: “posso orientarmi nel mio mondo spirituale interiore solo se il mio pensiero raggiungerà in se stesso una conformazione tale che lo renda in grado di penetrare fino all’essenza dei fenomeni della natura”.

Kant

Davanti ad un libraio scorsi il libro: “critica della ragion pura di Kant”. Esso divenne il mio primo riferimento filosofico circa il penetrare l’essenza delle cose. Iniziai a leggere Kant. Sentii in me la necessità di stabilire un accordo fra la filosofia astratta e la religione.

Tramite la mia religiosità interiore, avvertivo che lo spirito umano poteva, tramite la conoscenza, trovare la via al soprasensibile.

Il pensare come organo di percezione spirituale


Una “materia” che potesse esistere di per sé, al di là del pensare umano era insopportabile come idea. Ciò che era dentro le cose, doveva poter penetrare nei pensieri umani (I pensieri sono dentro le cose. Non è l’uomo che riflette sulle cose, ma sono le cose che si riflettono in lui, come pensieri).

Verso i quindici anni, grazie ad un medico, venni a conoscere la letteratura di Lessing.

Sentii poi lo stimoli ad interessarmi della storia dell’umanità, del divenire storico.

Arrivai a formarmi la domanda, con il tempo: “fino a che punto è possibile dimostrare che ciò che agisce nel pensiero è spirito, spirito reale?”





Terzo capitolo


Iniziai a scoprire Fichte. Mi resi conto del passo che Fichte voleva fare al di là di Kant.

Ero arrivato a vedere nell’attività dell’io umano l’unico possibile punto di partenza per una vera conoscenza.

Mi dicevo spesso: “quando l’io è attivo e contempla la propria attività, abbiamo nella coscienza, in modo immediato, un elemento spirituale. Si tratta ora di esprimere in concetti chiari e coscienti ciò che in tal modo di contempla (la “presenza” di sé?).

A tal pro mi misi a studiare a trascrivere a modo mio  -siccome avevo le mie proprie opinioni- la “dottrina della scienza” di Fichte.

Fino ad allora mi ero tormentato per trovare entro i fenomeni naturali un concetto per definire “l’io”, ed ora al contrario volevo, partendo dall’io, penetrare nel divenire della natura.

“Per me esisteva un mondo di esseri spirituali; il fatto che l’io che è spirito, e vive in quel mondo di spiriti, era per me percezione immediata. La natura non voleva però trovar posto nel mondo spirituale, ch’era per me viva esperienza”.

(Steiner considerava così reale il mondo spirituale, tanto da non potervi trovare nessuna connessione con la materia. Gli mancava il punto di “comunicazione”, il ponte fra spirito e materia)

Sentii di dover concentrare in pensieri la mia percezione diretta dello spirituale. Ma per farlo dovetti ripercorrere il pensiero in altri filosofi. Krug, Shelling, Herbart, Hegel.

Nell’estate 1879 dovetti decidermi su quale strada dirigere il mio futuro: scelsi quella di diventare insegnante di scuole tecniche.

Mi iscrissi a matematica, storia e chimica.

Ebbero importanza speciale le conferenze al politecnico di Vienna di Karl Julius Schroer, sulla letteratura tedesca e Goethe, Schiller.

Il problema della libertà

Arrivò un tempo in cui cominciai a dirmi: “in quale misura è l’uomo, nelle sue azioni, un essere libero?”

Ascoltai vari filosofi dal vivo. Zimmerman, Brentano. Mi faceva profonda impressione sentirli parlare, rispetto al fatto di leggerli.

Lessi poi per la prima volta il Faust di Goethe.

Conobbi Schroer più da vicino. Mi invitava spesso a casa sua, dandomi indicazioni a complemento delle lezioni. Rispondeva volentieri alle mie domande, prestandomi libri della sua biblioteca.

Studiai a fondo la morfologia generale di Ernst Haeckel.


Una volta, dopo la morte di un mio compagno, scrissi di lui ad un insegnante fidato, il quale però non colse nessuna realtà in quel mio lavoro.

La mia visione del mondo spirituale incontrava ovunque disinteresse: altri la relegavano nello spiritismo, modalità per me ripugnante.

L’incontro con l’erborista (iniziato)

Un giorno feci la conoscenza di un uomo, un semplice popolano che ogni settimana andava a Vienna con lo stesso mio treno. Raccoglieva per la campagna erbe medicinali, e le vendeva a Vienna nelle farmacie. Divenimmo amici: con lui era possibile parlare del mondo spirituale come con uno che aveva esperienza in proposito.

Era un uomo profondamente pio, ma immune da cultura scolastica. Aveva un sapienza elementare e produttiva. Egli si manifestava come se la sua personalità fosse l’organo di espressione per un contenuto spirituale che volesse parlare da mondi nascosti. Stando con lui era possibile immergere a fondo lo sguardo nei misteri della natura.

Spesso ho visto sorridere persone che si univano a noi, guardando questo “iniziato”, come uno strano tipo. Il suo modo di esprimersi a tutta prima era comprensibile solo se prima si imparava il suo “gergo spirituale”. Anche io al principio non lo comprendevo, ma dal primo istante ebbi per lui la più profonda simpatia. La sentivo come un anima proveniente da tempi remotissimi, che mi recava un sapere istintivo di epoche preistoriche.

Nulla si poteva imparare, in senso cognitivo, da quell’uomo. Era possibile però, se si era già veggenti, immergersi nel mondo spirituali in modo profondo, attraverso un altro essere che viveva in esso così saldamente. Andavo a volte a casa sua. Sull’entrata della casa vi erano le parole: “tutto riposa nella benedizione di Dio”.

Egli inoltre, aveva un sano senso dell’umorismo.

Quando la vita ci separò, egli rimase vicino nell’anima. Nei misteri drammatici Felix Balde è questo erborista.

Il pensiero come esperienza dello spirito

Sentivo che i filosofi non riuscivano a penetrare nello spirituale, ossia lo presentivano, dandogli però per veste dei pensieri astratti.

“La vita nel pensiero mi apparve gradamente come il riflesso, che irradiava nella mente umana, di ciò che l’anima vive nel mondo spirituale”.

Sorge una domanda: il mondo dei sensi è una realtà incompleta?

I pensieri mi apparivano come il mezzo attraverso il quale il mondo sensibile esteriore esprime se stesso.

Il concetto di spazio circolare

Mi si presentò l’enigma dello spazio. Immaginavo una retta che da destra si prolungasse verso l’infinito: e poi immaginavo la stessa retta che compariva alla sinistra e si congiungeva con il punto di partenza iniziale. La retta di destra, dopo aver compiuto un ampio cerchio, ritornava a sé. Il punto infinitamente lontano a destra s’identificava con quello infinitamente lontano a sinistra.

Cercai soluzioni anche riguardo l’enigma del tempo. Ma non riuscivo ad applicare gli stessi principi che applicai allo spazio per ricavarne una soluzione. Non era possibile ipotizzare che andando verso il futuro si potesse ritornare dal passato verso il presente.

Darwin

Il darwinismo mi appariva come un assurdità scientifica. Il derivare degli organismi inferiori da quello superiori mi sembrava un idea feconda, ma non riuscivo a farla conciliare con il mondo spirituale che io conoscevo: l’uomo proveniva da un mondo spirituale, non da quello animale.

Il pensiero come oggetto


Si trattava di un “vivere nei pensieri”: un modo molto diverso dall’uso comune che si fa nel pensare scientifico o intellettuale.

Aumentando la concentrazione del pensiero, si scopre che la realtà spirituale le viene incontro.

Si trattava di elaborare un metodo che permettesse all’uomo di oltrepassare il pensare intellettivo astratto, per giungere ad un pensare superiore.

La veggenza spirituale percepisce gli esseri dello spirito, così come i sensi percepiscono gli esseri della natura. Ma nel suo pensare l’anima non è lontana dalla percezione spirituale, quanto lo è invece la percezione dei sensi tramite il pensare ordinario.

Quarto capitolo

La musica assunse a quei tempi per me, l’importanza di una crisi.

Il mondo dei suoni in sé era per me la rivelazione di un lato essenziale della realtà.

Dirsi impropriamente “io”

Mi stavo convincendo dell’uso improprio della parola “io”.

Molti materialisti dicono “io penso, io cammino, io parlo”: sostenendo che l’ente che produce il pensare, il camminare, il parlare sia il cervello. Pensavo essi avrebbero dovuto modificare il loro modo di esprimersi. Avrebbero dovuto dire: il mio cervello mi fa pensare, il mio cervello mi ha camminare, ecc. In realtà essi mentono a se stessi, mentre dicono “io”, perché l’io non è il cervello. L’ io è un principio che nulla può toccarlo o afferrarlo. Chi lo concepisce come una forma di manifestazione o produzione della materia cerebrale, semplicemente non lo conosce. O non ha volontà di conoscerlo.

Ad un certo momento venni eletto bibliotecario all’interno del centro di studi. Ebbi così una grande occasione di poter leggere molti testi. Divenni poi presidente del circolo studenti.

Quinto capitolo


Egli aveva nell’anima così profondamente collegata con Goethe, che diceva ad ogni idea che gli sorgeva nell’anima: “avrebbe Goethe pensato o sentito così”?

Chiamavo allora il mio modo di pensare “idealismo oggettivo”.

Per me l’essenziale nell’idea non è il fatto che essa si manifesti nel soggetto umano, ma che appaia inerente all’oggetto spirituale (archetipo o entità), come il colore è inerente a un oggetto sensibile; e che l’anima umana –il soggetto- percepisca l’idea, così come l’occhio percepisce il colore nell’essere vivente.

(L’idea o concetto è quindi un espressione qualitativa, l’ estrinsecazione sovrasensibile dell’essere spirituale a cui appartiene)

Mi avvicinai alla teoria dei colori.

La luce era invisibile, essa rimane al di là del sensibile. I colori non sono il prodotto della luce, ma si presentano quando al libero sviluppo della luce si frappongono degli ostacoli.

Forme materiali e spirito

Mi riaccostai agli studi di anatomia. Contemplai diverse parti dell’organismo animale e umano, vegetale. E giunsi a modo mio, alla concezione goethiana della metamorfosi. Mi resi conto che ciò che appare ai sensi conduce da se stesso a quell’altra immagine che a me era percepibile in modo spirituale.

Ad ogni forma sensibile corrisponde un archetipo nel mondo spirituale.

Quando meditavo sul pensare, sentire e volere umano, vedevo apparire di fronte a me, l’uomo spirituale fino a percepirlo in immagine.

Nella figura umana vedevo nella parte del capo come quella in cui lo spirito è più visibile: nella parte inferiore degli arti e del ricambio vedevo lo spirito nascondersi maggiormente. Nella parte centrale vi era una mediazione fra i due sistemi.

Sesto capitolo

Iniziai a fare l’insegnante privato. Durante questo periodo mi occupai di studiare Eduard con Hartman.

Fui raccomandato come precettore presso una famiglia di 4 ragazzi. Uno di essi si pensava fosse ritardato, idrocefalo. Si trattava di trovare il contatto fra l’anima e il corpo.

L’insegnamento a ques

Guidai il mio allievo sino a farlo diventare medico. Come tale venne arruolato nella guerra mondiale e lì morì.

Nel 1884 dietro raccomandazione di Schroer mi venne affidato di curare la collezione per l’edizione delle opere scientifiche di Goethe. Comincia a pensare in modo nuovo.

Un nuovo metodo di osservazione e indagine

Mi convinsi che per spiegare i fenomeni organici, non era possibile usare lo stesso modello usato per indagare l’inorganico. Goethe divenne per me il Galileo dell’organico.

Goethe cercava prima di osservare l’evolversi di ogni singola mutazione della pianta. Poi si ritirava in silenzio e cercava di ripercorre i processi, facendo provenire ogni mutazione da quella precedente. L’insieme delle immagini, andavano a suscitare nel suo spirito, il “tipo” ossia la pianta “tempo”, la quale era l’essere invisibile che aveva reso possibile tutte le varie fasi di sviluppo della pianta.

Settimo capitolo

In una famiglia di amici che frequentavo, conobbi una ragazza. Entrambi ci amavamo ma non potevamo vincere la timidezza nel dircelo. Eravamo amici profondi. Ella era come un raggio di sole nella mia vita. Ma la vita più tardi ci separò.

Ricevette più avanti, un invito a partecipare alla casa della poetessa Maria Eugenia delle Grazie.

Ella riceveva ogni sabato sera. Vi trascorsi ore molto belle. Da lei si radunavano le più disparate correnti spirituali. Filosofi, medici, preti.

Sull’indagine delle vite passate


La capacità di scorgere vite passate non si ottiene “riflettendo” sui caratteri esteriori di una persona: la si sente suscitata in sé apparentemente dai caratteri esterni di quella persona, ma che vanno a stimolare un processo intuitivo.

Non si deve fare questo tipo di indagine mentre si è insieme a quella persona, ma solo quando la forte impressione ricevuta da lei a operare in noi e diventa come un ricordo vivificato, nel quale scompare l’apparenza sensibile e compare invece un elemento soprasensibile.

In questo periodo della mia vita conquistai le precise intuizioni sulle ripetute vite terrene dell’uomo. Contemporaneamente entrai in contatto con il movimento teosofico che ebbe origine da Melena Petrovna Blavatsky. E mi capitò fra le mani il libro “il buddismo esoterico” di Sinnet.

Fui grato al destino di farmi arrivare quel testo dopo che avevo sviluppato le mie convinzioni sulle vite passate: se fosse accaduto prima, a causa dell’antipatia che sentivo verso quel modo di presentare processi spirituali, quel testo mi avrebbe sicuramente stato di ostacolo sul mio cammino.

Ottavo Capitolo

Nel 1888 la mia vita interiore mi spinse ad una severa concentrazione spirituale: potevo starmene seduto nel più grande frastuono di un caffè ed essere nell’anima in uno stato di quiete totale.

Mi diveniva sempre più chiaro che più l’io scaturisce nell’anima umana, tramite la conoscenza l’anima diviene libera. L’uomo agisce allora in concordanza con la spiritualità del mondo la quale diviene creatrice non per una necessità, ma solo nell’attuazione del proprio essere.

A 27 anni mi trovai preso dai problemi della libertà e del mondo spirituale, i quali mi condussero poi alcuni anni dopo, a scrivere la mia Filosofia della libertà.

Nono capitolo

Nel 1888 feci il mio primo viaggio in Germania, a Weimar. Potei visionare quei manoscritti inediti di Goethe sugli studi scientifici. Mi immersi con ardore nello studio.

Secondo Goethe, l’uomo si trova nella sua coscienza ordinaria, lontano dalla vera essenza del mondo che lo circonda. E’ questa lontananza che suscita l’impulso a sviluppare nell’anima –prima di cominciare a conoscere il mondo- forze conoscitive che la coscienza normale non possiede.

L’uomo, se vuole conoscere l’essenza del mondo, deve passare ad un altro stato di coscienza.

Sorse così in me la domanda: “come continuare a costruire, sulle basi conoscitive di Goethe, per passare col pensiero dal suo modo di vedere a un altro modo che sia in grado di raccogliere in sé l’esperienza spirituale che a me risultava?”

Avevo un grande desiderio: conoscere Eduard von Hartman. Riuscii ad incontarlo a Berlino. L’incontro fu una delusione. Egli mi criticava, senza ascoltarmi interiormente.

Tornato a Vienna frequentai la casa di Marie Lang, nella quale si era inserita la teosofia della Blatvasky. Franz Hartman, portavo contributi teosofici. Il mio orientamento spirituale era in antitesi con quello di questo teosofo.

Per mezzo di Marie Lang conobbi Rosa Mayreder, una persona per cui ho conservato molta venerazione. Con lei parlai maggiormente della costruzione della mia Filosofia della libertà.

Decimo capitolo

Dopo i 30 anni, mi trasferii a Weimar dove lavorai 7 anni nell’archivio di Goethe e Schiller.

 Il pensare svincolato dai sensi


Il pensare organo di percezione

La percezione dei sensi e la conoscenza sensibile è solo un avanguardia della vera conoscenza riguardo l’essenza del mondo: in essa non si rivela tutto ciò che il mondo contiene.

La realtà del mondo in sé è costituita di essenza e apparenza. L’uomo a tutta prima prende coscienza dell’apparenza, incontra con i suoi sensi la veste illusoria del mondo.

Se però, all’atto del percepire l’anima di sforza di progredire e quindi di superare il pensare riflesso, realizzando il pensare svincolato dai sensi, allora l’illusione si compenetra di realtà, cessa di essere illusione.

Allora lo spirito umano incontra lo spirito del mondo, che per l’uomo, è nascosto dietro il mondo sensibile, ma vive ed opera in esso.

Quando il pensare si impossessa dell’idea, si fonde con le sorgenti primordiali dell’esistenza del mondo. Ciò che opera da fuori e dietro le cose penetra ora nello spirito umano, cosichè quest’ultimo diviene uno con la realtà oggettiva alla sua più alta potenza.

La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo. Il pensare ha, di fronte all’idea, la stessa funzione che l’occhio ha di fronte alla luce, così’ come l’occhio davanti al suono: diviene organo di percezione.

(Si parla del fatto di usare il corpo eterico e i suoi organi come strumento di percezione e indagine del mondo spirituale. Il corpo eterico è il corpo del pensiero. L’attività pensante è di fatto, un processo eterico. Dire di usare “il  pensare come organo di percezione” equivale a dire che trasferendo la coscienza nel corpo eterico il pensare cessa di essere –come di consueto- un attività di riflessione o associazione o mnemonica, e diviene un’altra cosa: uno strumento di percezione diretta della realtà spirituale)

Sentivo parte del mio destino riallacciare le mie concezioni a Goethe, anche se egli non era ancora arrivato sino alla visione immediata dello spirito.

Sulla libertà

Sino a che l’uomo agisce sotto la spinta dei propri istinti, tendenze e passioni, non è libero. Egli crede di essere questi attributi. Si identifica con essi, credendo di sentirsi autorizzato a rivendicare le loro richieste. Perché li ritiene scaturenti dal suo essere. Ma essi non nascono dal suo vero essere. In nessuna di queste attività è “veramente uomo”. Quello che sente agire in lui non è la sua vera entità. Sono impulsi che sorgono dalle necessità del corpo o da stimoli esterni. O da elementi subconsci a lui inconosciuti. Qui il suo vero essere non si manifesta affatto. Se egli mutasse il suo modo di pensare, se cambiasse coscienza allora verrebbe a conoscere desideri che sono molto diversi da quelli che ha ordinariamente. Quegli impulsi sarebbero davevro liberi, perché li scoprirebbe allineati con il pensare morale del mondo, con l’armonia divina del cosmo.

Sino a che si respinge la possibilità di poter assurgere ad un pensare superiore, non si può essere liberi. La libertà passa attraverso un superamento del pensare stesso da ente riflettente ad organo di percezione della realtà superiore.

I veri desideri del vero essere dell’uomo non assomigliano a nessun desiderio terrestre: sono intuizioni che egli sperimenta al di fuori dell’esistenza naturale, senza che nella sua coscienza ordinaria vi sia neppure il presentimento dell’esistenza di un mondo spirituale.

Undicesimo capitolo


Sentivo di dover respingere in toto la via che conduce allo spirito solo attraverso il sentimento.

Io cercavo la comunicazione con lo spirito tramite le idee, il mistico invece la cercava sfuggendo dalle idee.

Quando si arriva alla vera visione dello spirito, essa assegna i suoi limiti a ciò che è elemento personale: l’ego umano cessa di agire, quando si diviene chiaroveggenti in senso puro, perché l’anima si trasforma in strumento di visione, non di giudizio.

Il mio dubbio era: le mie idee, le mie ricerche devono comunicarle al pubblico in forma mistica o in forma scientifica?

Dodicesimo capitolo

Goethe ispiratore di Steiner

Goethe evitava di tentare un interpretazione del mondo spirituale.

Egli quando parlava della natura era immerso nello spirito. Voleva sì sentire se stesso nello spirito, ma non voleva pensare se stesso nello spirito. Temeva di cadere nell’astrazione. E quindi non ne parlava per devozione.

Il lavoro che per destino “mi toccò” di compiere riguardo all’edizione delle opere di Goethe mi indico la modalità sul “come” esprimere le mie esperienze spirituali.

Durante il mio lavoro sui suoi scritti, Goethe mi era sempre vicino in spirito.

All’uomo non è dato fin dal principio il suo vero essere, la vera autocoscienza: egli deve conquistarla dopo aver raggiunto un intesa della coscienza umana con se stessa”.

Nel volere la libertà viene esercitata; nel sentire viene vissuta; nel pensare viene riconosciuta. Per raggiungere questo bisogno non perdere, nel pensare, la vita.

Schiller diceva che l’uomo si pone in questo stato quando fa arte: si pone in una condizione che non è dettata dalla natura, e neppure è derivata dalla ragione. (vedi accenno alla favola della Bella Lilia a pag. 137)

Tredicesimo capitolo

Venni a conoscere i libri di Nietzsche. Ciò che scriveva mi attraeva e mi respingeva. Molte cose che egli diceva mi erano estremamente familiari nell’esperienza spirituale, al contempo lo sentivo come una delle più tragiche figure contemporanee.

Conobbi anche Josef Breuer, il quale collaborò al fianco di Sigmund Freud alla nascita della psicanalisi.

Quattordicesimo capitolo

Incontrai Hermann Grimm.

Quindicesimo capitolo

A Weimar tenni le mie prime conferenze.

La prima si intitolava: la fantasia quale creatrice di civiltà.

Volevo mostrare come la fantasia sia la porta per la quale le entità del mondo spirituale, attraverso l’uomo, esplicano lo loro attività creativa nell’evoluzione della civiltà.

In essa spiegai che durante il sogno le sensazioni esterne non si sperimentano come nella coscienza di veglia, bensì in una metamorfosi simbolico-immaginativa. Anche i processi del corpo subiscono una vigorosa elaborazione nelle profondità dell’anima.

Poco tempo dopo, ad una cena conobbi personalmente Haeckel.

Sedicesimo capitolo

D

opo il 1890, mi ritornava spesso alla mente la fatica che da bambino facevo per entrare in contatto con il mondo sensibile, e come mi era familiare invece il mondo soprasensibile.

Imprimermi nella memoria dati esteriori era stato sempre molto faticoso: dovevo vedere e rivedere parecchie volte un oggetto della natura per arrivare a sapere come si chiamasse, in quale categoria la scienza lo classificasse. Il mondo sensibile aveva per me un carattere d’ombra, d’immagine.

Diciassettesimo capitolo

Ero sempre costretto a risolvere solo tra me e me tutto quanto riguardava le mie concezioni spirituali.

Uscì la filosofia della libertà. Cercai di spiegare in quel testo, che non dietro il mondo sensibile esiste un mondo spirituale, ma che dentro il mondo sensibile vi è il mondo spirituale. L’essenza del mondo spirituale rimane nascosto alla coscienza umana fino a che l’anima percepisce unicamente per mezzo dei sensi. Il mondo sensibile rimane fenomeno solo finchè la coscienza non riesce a compenetrarlo tramite l’intuizione.

Mèta del processo di conoscenza è la viva esperienza cosciente del mondo spirituale, al cui cospetto tutto si risolve in spirito.

Diciottesimo capitolo

Incontrai Nietzche. Era già malato, di pazzia, sul divano. Mi fissava senza vedermi. Vidi la sua anima ancora incatenata al corpo. Scrissi quella mia esperienza spirituale nel libro “Nietzche lottatore del suo tempo.